Il Caftano Blu, film del 2022 della regista marocchina Maryam Touzani inizia a far capolino sulle piattaforme di streaming, e vorrei invitarvi a (ri)vederlo.

Senza soffermarmi sulla trama provo a dirvi alcune cose che mi hanno colpito di questa pellicola.
È un racconto quasi tutto girato in interni, con una prevalenza di primi e primissimi piani. La regista trasforma la macchina da presa in uno strumento di indagine psicologica, indugiando sui volti dei protagonisti con delicatezza, catturando ogni micromovimento, ogni battito di ciglia, ogni sguardo trattenuto.
Gli occhi del sarto Halim (interpretato da Saleh Bakri) e della moglie Mina (Lubna Azabal) hanno un’espressività che raramente mi è capitato di vedere al cinema, e raccontano più delle parole una quotidianità che oscilla tra ruolo e identità, tra ciò che si mostra e quanto si tiene più nascosto.
Due minacce incombono silenziose: la modernità, che erode inesorabilmente l’arte ancestrale del maalem, il maestro sarto, e la malattia, che consuma con la stessa inesorabile pazienza.
Come in un gioco di specchi, il film intreccia questi due processi di erosione – uno sociale, l’altro fisico – trasformandoli in una meditazione sulla resistenza della bellezza di fronte all’inevitabile.
La regia si muove con la stessa paziente precisione dell’ago che ricama il caftano del titolo, costruendo un tessuto narrativo fatto di gesti misurati e silenzi eloquenti.
Touzani firma un’opera che parla di tradizione e trasgressione, di amore nelle sue molteplici forme, del coraggio necessario per essere autentici, del dolore e della morte che si trasformano in inaspettati strumenti di liberazione.