Diretto da Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, Il mio giardino persiano è un’opera che mescola dolcezza e malinconia per raccontare la storia di Mahin, una donna vedova che, in una società rigidamente patriarcale, tenta di riconquistare la propria autonomia. L’incontro con Faramarz, un tassista divorziato, sembra offrirle un barlume di speranza, ma il percorso verso la libertà è tutt’altro che semplice.

Il film si muove con eleganza tra spaccati di vita reale della società iraniana post rivoluzione islamica e una poetica intima, dove i piccoli dettagli della quotidianità assumono valore universale. La regia, sobria e discreta, lascia spazio all’interpretazione degli attori e ai silenzi, eloquenti più di tante parole.
Le performance dei due protagonisti sono di rara intensità, ma spicca il ruolo di Mahim, interpretata da Lili Farhadpour. l film è interamente basato sul suo sguardo di donna che si risveglia e rivendica la propria voglia di vivere, malgrado tutto.
La colonna sonora sottolinea gli stati d’animo dei protagonisti senza mai risultare invasiva. Suoni e movenze di danza della tradizione persiana si mescolano a brani più moderni, creando un tessuto sonoro che amplifica il contrasto tra passato e presente, sogno e realtà.
Con una narrazione che alterna momenti di ironia e leggerezza a parentesi drammatiche, Il mio giardino persiano è un film che invita alla riflessione sul ruolo della donna in Iran, sulla solitudine, sul passato che non esiste più, sulla capacità di reinventarsi.
Un ultima nota per sottolineare come la scelta dei registi di mantenersi costantemente sul filo dell’allusione (neanche troppo velata) potrebbe essere scambiato per eccesso di controllo. Ma ciò che ha da dire questo film si manifesta benissimo, e va ben oltre il racconto.